Il lato oscuro della svolta europea

Con l'accordo raggiunto, i 27 paesi Ue per la prima volta condividono debito pubblico contro la crisi. Ma sacrificano ricerca, ambiente, stato di diritto e una visione comune.

Il patto concluso tra i 27 Stati membri sul fondo di ristoro per la crisi del Covid-19 e sul bilancio comune soddisfa i singoli paesi, ma lascia fuori o penalizza alcuni programmi e valori condivisi a livello europeo.

Settori strategici come la ricerca, l’ambiente e il rispetto dello stato di diritto risultano sacrificati dal compromesso fra i vari governi. A pagare il prezzo della mediazione in Consiglio tra le nazioni e i loro raggruppamenti (cioè: i frugali, il gruppo di Visegrad, i mediterranei e l’asse franco-tedesco) sono l’ambiente e la ricerca, come pure lo stesso parlamento europeo, unica istituzione dell’Ue i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini.

Il parlamento si riunisce in via straordinaria giovedì e comincia poi un negoziato con il Consiglio: sul quadro finanziario comune, l’assemblea degli eletti d’Europa ha potere di veto.

(Il presidente del parlamento europeo David Sassoli; foto LaPresse)

Una rivoluzione a metà

Con 390 miliardi di contributi a fondo perduto e 360 miliardi di prestiti (invece dei 500 di sussidi e 250 in prestito proposti sia dalla Commissione sia dal presidente del Consiglio Charles Michel all’inizio del negoziato), il Consiglio europeo ha approvato il Recovery Fund, il piano per la ripresa legato alla crisi del Covid-19.

L’accordo scardina il tabù della condivisione del debito, finora rigettata per paura del cosiddetto azzardo morale (l’ipotesi che un paese partner possa spendere più di quanto riesca a ripagare, contando sul fatto che siano gli altri poi a sanare i suoi conti); una svolta dovuta alla posta in gioco, visto che la crisi minaccia la tenuta stessa dell’Unione. Il Consiglio ha anche preso atto della necessità di una governance comune, vista la mutualizzazione dei fondi.  

Per godere dei contributi, i paesi devono presentare un piano alla Commissione, che li valuta e li sottopone al Consiglio, dove devono ottenere la maggioranza qualificata (cioè 55 per cento dei 27 paesi, e che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione Ue); un singolo paese può attivare un “freno di emergenza” se ritiene che un partner non rispetti gli impegni (e lo segnala quindi al Consiglio, a cui spetta esprimersi). Il debito è comune, ma non la politica, che rimane intergovernativa e cioè dipende dal compromesso fra gli Stati: sono i governi a valutare il comportamento dei governi. 

“La Commissione non è mai stata così debole: sul meccanismo di sorveglianza le viene associato il Consiglio”, dice il giurista Alberto Alemanno, che insegna all’École des hautes études commerciales (Hec) di Parigi.

“L’Europa avanza ma è sempre più ostaggio dei governi; insomma, fa tre passi avanti e due indietro”. 

(Al centro, il premier olandese Mark Rutte durante il Consiglio. Foto LaPresse)

Meno ricerca, meno ambiente 

Una volta ridotta la quota da stanziare a fondo perduto (da 500 a 390 miliardi), la sforbiciata cade non sui sussidi gestiti dai governi (che anzi salgono da 310 a 312,5 miliardi) ma su quelli di respiro europeo oltre che di rilevanza strategica; per esempio, la salute (il programma Health scende dai quasi 8 miliardi della proposta della Commissione a zero), la transizione climatica (con i fondi “JustTransition” che calano da 30 a 10 miliardi), per non parlare della ricerca (visto che Horizon è ridotto di quasi due terzi, da 13,5 miliardi a 5). 

Oltre al piano di ristoro legato alla crisi, e del quale il Consiglio si affretta a sottolineare la natura “straordinaria e temporanea”, il bilancio comune di lungo termine  (il Multiannual Financial Framework per il 2021-2027) cala poi da 1.100 a 1.074 miliardi ed è la vera vittima sacrificale del compromesso fra i governi. 

Su questo il parlamento europeo ha potere di veto: infatti la plenaria è convocata per giovedì mattina e intanto già ora i negoziatori dell’europarlamento  dichiarano “inaccettabile” il compromesso del consiglio:

“Non possiamo accettare che si penalizzino gli obiettivi di lungo termine e l’autonomia strategica europea, visto che i cittadini ci chiedono di più e non di meno; vogliono più solidarietà, salute, ricerca, digitalizzazione, lotta al cambiamento climatico”.  

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(Una protesta di Greenpeace a Bruxelles; foto LaPresse)

I ricercatori e gli ambientalisti protestano

“L’Europa pensa di spendere nel bilancio settennale, per i progetti di ricerca europei cioè il programma Horizon, una cifra che è pari alla spesa per ricerca e sviluppo della sola Volkswagen”, dice il professor Daniele Archibugi, dirigente del Consiglio nazionale delle ricerche, che in Italia “è il primo partecipante” a quei finanziamenti europei per la ricerca. 

Archibugi, responsabile per il Cnr della relazione sulla ricerca e innovazione in Italia, sostiene che quei fondi siano decisivi soprattutto per la loro natura: “Su settori come l’intelligenza artificiale, i nuovi vaccini, e così via, serve una strategia comune europea, anche per competere con Cina e Usa; non basta che si attivino gli stati. Con Horizon, che è molto competitivo, si è spinti a collaborare tra centri di tutta Europa”. Altro che tagliare, “bisognerebbe aumentarli, fondi così decisivi”. 

Anche tra gli ambientalisti c’è “il senso di una opportunità persa”. Sebastian Mang, policy advisor di Greenpeace Europe, dice: “Non basta dire che il trenta per cento della spesa deve andare al clima, - come stabilisce il Consiglio ,- se poi non si dice chiaramente che le aziende inquinanti non potranno ricevere fondi, se non ci si allinea all’accordo di Parigi, e se intanto si tagliano i fondi a salute, ricerca e transizione climatica”.

Sul clima promettono battaglia i Verdi europei (“i governi si preparino a un duro negoziato con noi europarlamentari”) ma l’allerta è trasversale,  tra le famiglie politiche, come dimostra una lettera indirizzata a Charles Michel da cinque europarlamentari di diverse provenienze.  

Meno soldi e valori comuni

Il taglio delle risorse del bilancio settennale si accompagna all’ostilità dei governi sulle “nuove tasse europee”: il Consiglio europeo rende vincolante una tassa europea sulla plastica, mentre lascia indefinite la “digital tax” e un’imposta sull’inquinamento.

Per l’Europarlamento invece la creazione di risorse comuni è anche uno strumento essenziale per non far gravare il debito accumulato sulle spalle delle nuove generazioni, e reperire invece più risorse proprie.

(Il premier ungherese Viktor Orbán; foto LaPresse)

Non solo sui soldi europei, ma anche sui valori condivisi, il Consiglio accetta compromessi al ribasso: mentre prima del negoziato si ipotizzava di vincolare lo stanziamento dei fondi al rispetto dello stato di diritto (chiaro monito per Polonia e Ungheria, sulle quali pende l’attivazione dell’articolo 7), l’esito finale dell’accordo è così blando da non garantire alcun vincolo effettivo: “La Commissione ci faccia delle proposte”, scrivono i 27 nelle conclusioni del vertice. 

Sovranista a parole ma europeista pragmatico quando si tratta di negoziare, Viktor Orbán la spunta ancora.  “Sullo stato di diritto, il premier ungherese ha cercato e ottenuto la sponda tedesca di Angela Merkel”, dice Stefano Bottoni, che insegna Storia dell’Europa orientale all’Università di Firenze.

“Va così perché le decisioni vengono prese tra governi, come in un Congresso di Vienna in cui ci si spartisce gli interessi lasciando fuori i cittadini”, dice Giulio Saputo, che ha 30 anni ed è membro del comitato del Movimento federalista europeo, fondato da un padre dell’Europa come Altiero Spinelli

Tra i delusi ci sono anche quelli come lui, che nell’Europa credono da sempre: “Una somma di ragioni di stato nazionali non fa una ragion di stato europea”, dice. “Eppure questo è un momento straordinario. Ora spero che il parlamento europeo si faccia sentire”.  

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