La Repubblica presidenziale di Conte?

Le ragioni che hanno trasformato il presidente del Consiglio da notaio di un contratto di governo a "uomo solo al comando" non cambieranno prima della fine della legislatura.

  • La parabola di Giuseppe Conte da Re-Travicello a Uomo-quasi-solo-al-comando è sostenuta da fattori politici che non cambieranno da qui alla fine della legislatura: l’assenza di un leader nei Cinque stelle, la preponderanza del governo sul parlamento e l’arrivo dei fondi europei.

  • La crisi da Covid-19 lo ha aiutato rafforzando la sua popolarità e dandogli opportunità di accentrare su palazzo Chigi le scelte più urgenti. Il successo negoziale a Bruxelles e la montagna di soldi che ora dovrà gestire promettono di andare nella stessa direzione.

  • Diventa facile pensare a una presidenzializzazione strisciante. Ma se la forma di governo non è cambiata, il presidente del Consiglio ha però approfittato di un contesto che spinge ad accentrare le decisioni, anche per trattare in modo efficace con l’Unione europea.

(Foto LaPresse)

La newsletter OggieDomani inizia a pubblicare interventi dei giornalisti e dei collaboratori di Domani. Salvatore Vassallo è professore ordinario di Scienza politica all’università di Bologna e direttore dell’Istituto Cattaneo.

Il contrasto tra il profilo defilato dell’entrata in scena da presidente del Consiglio e il ruolo che Giuseppe Conte si è ritagliato nel frattempo è solo in parte dovuto alla sua resilienza, alla sua capacità di adattarsi al contesto. I fattori che lo hanno reso possibile sono robusti e difficilmente cambieranno da qui alla fine della legislatura. Il primo governo Conte era affiancato da due capi politici in ascesa, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ciascuno con una propria agenda appena strombazzata in una roboante campagna elettorale.

Conte era stato preso in prestito per rendere possibile la giustapposizione delle due leadership. Aveva dovuto assistere con atteggiamento notarile alla stesura del “contratto di governo” e si ritrovava a interpretare priorità in contrasto con la sua formazione giuridica. Non aveva ancora preso confidenza né con le sue prerogative né con la macchina di palazzo Chigi. Un tecnico senza peso politico come Giovanni Tria al ministero dell’Economia era un fattore di ulteriore tensione più che di stabilità della maggioranza e rassicurazione per i mercati.



Dal Conte 1 al Conte 2

I due principali partiti che sostengono il secondo governo Conte, Pd e Movimento 5 stelle, sono ancora alle prese con la riabilitazione da crisi post traumatica prodotta da leader particolarmente spavaldi. I Cinque stelle hanno ripiegato su un reggente, Vito Crimi, e non hanno ancora deciso come sostituirlo. Il Pd aveva già scelto, per il dopo Renzi, Nicola Zingaretti che sin dall’esordio come segretario ha fatto del basso profilo la sua cifra. Nonostante le costanti voci sulle alternative in campo, non ha in programma un nuovo congresso fino al 2023.

Renzi minacciava d’essere la vera spina nel fianco, ma è inchiodato nelle intenzioni di voto a percentuali irrisorie, tali da rendere pericoloso per lui il ritorno al voto con qualsiasi sistema elettorale, a cominciare da quel proporzionale simil-tedesco attualmente in discussione alla Camera che aveva inizialmente sponsorizzato.

Conte, a partire dalla svolta inaugurata nel diverbio parlamentare con Salvini dell’agosto 2019, ha ritrovato una vena a lui culturalmente più congeniale, prendendosi il ruolo di baricentro e federatore dell’alleanza giallorossa.

Infine, il trio di professionisti post diessini che presidia la gestione finanziaria e i rapporti con l’Ue (i ministri Roberto Gualtieri e Vincenzo Amendola, il viceministro Antonio Misiani) è composto da interlocutori disciplinati e affidabili.

L’effetto Covid-19

La pandemia ha rafforzato Conte innanzitutto perché ha trasformato - agli occhi di segmenti importanti dell’opinione pubblica - in virtù alcuni dei suoi tratti che prima sembravano limiti. È apparso rassicurante, focalizzato sulla tutela della sicurezza sanitaria e su poco altro.

La pandemia ha anche cambiato la scala delle priorità. Con un interesse meno ossessivo sull’immigrazione, una maggiore domanda di intervento pubblico, in particolare, come è ovvio, in sanità e sostegno diretto verso famiglie e imprese.

Su questa linea è stato relativamente facile comporre le inclinazioni dei Cinque stelle e del Pd zingarettiano. La maggiore confidenza con gli staff di palazzo Chigi, inclusa la simbiosi con il portavoce Rocco Casalino, la percezione della accresciuta popolarità, insieme alla sintonia con il Quirinale (anche questa cementata dalla svolta di agosto 2019), hanno contribuito ad accentuare il piglio decisionista.

Il successo negoziale registrato per ora sul Recovery fund europeo è stato possibile anche grazie a questi stessi fattori di politica interna, oltre che alla necessità percepita da parte dell’asse franco-tedesco di rilanciare un’idea solidale dell’Europa e di sostenere in Italia l’unico baluardo disponibile contro i sovranisti.

Ora il Conte 2 potrebbe essere ulteriormente rafforzato se le risorse finanziarie promesse cominceranno a essere disponibili. Non solo per la loro entità ma ancora di più per i tempi entro cui devono essere impegnate.

Il punto A15 dell’accordo raggiunto il 21 luglio stabilisce infatti che “il 70 per cento delle sovvenzioni erogate dal dispositivo deve essere impegnato negli anni 2021 e 2022. Il restante 30 per cento deve essere interamente impegnato entro la fine del 2023.”

Se si considera l’intreccio tra procedure comunitarie di indirizzo e quelle interne di approvazione governativa-parlamentare, i tempi saranno concitati e sovrapposti con tutta la coda della XVIII legislatura: una blindatura del Conte 2 e un incentivo a continuare sulla strada dell’accentramento a palazzo Chigi dell’agenda decisionale.

Fu vera presidenzializzazione?

Siamo quindi in presenza di una “presidenzializzazione strisciante”? Se con questo si intende - come fa anche una parte della letteratura politologica - che il presidente del Consiglio assume un ruolo individuale sempre più marcato e che le decisioni strategiche si prendono a Palazzo Chigi, la risposta è sì. Se si prende sul serio la radice del termine, invece è no.

Nell’evoluzione di Conte non c’è niente che abbia a che fare con la forma di governo presidenziale. Ha molto a che fare con tendenze da tempo ben presenti proprio nelle democrazie parlamentari, soprattutto quelle che operano nella governance a più livelli europea.

Per negoziare efficacemente a Bruxelles c’è bisogno di un governo e di un capo di governo credibile (cioè stabile e capace di mantenere gli impegni che assume). Siccome buona parte delle decisioni devono essere negoziate con i partner europei, gli indirizzi e i tempi stabiliti a Bruxelles non sono più di tanto rimodulabili a Roma.

Se poi a Roma il governo ha di fronte partiti con una agenda indeterminata, flessibile, e istituzioni farraginose, è più probabile che sfrutti ogni opportunità per stabilire una sua agenda, indipendentemente dai primi, e per aggirare le seconde.

Prendiamo il caso dei tanto discussi Dpcm, i decreti della presidenza del Consiglio dei ministri. Il governo avrebbe dovuto e potuto trattare materie sensibili come la limitazione delle libertà individuali con un decreto legge. I Dpcm hanno vari vizi, tra cui il fatto che non passano al vaglio preventivo del Quirinale e successivo delle Camere.

Conte ha trovato buon gioco a semplificare il processo decisionale anche perché nel parlamento italiano, al contrario di quello Europeo, non è stato consentito il voto da remoto (online) e c’era il rischio di una tardiva approvazione, resa problematica dal divieto di reiterazione dei decreti.

La Corte costituzionale, comunque, ha fatto capire che in condizioni eccezionali – quando il parlamento non è in condizione di approvare la conversione per cause di forza maggiore – la reiterazione è ammissibile. E il governo ha accettato la richiesta di sottoporre preventivamente i Dpcm al parlamento. Quindi il problema non si riproporrà. Conte non userà la sua centralità per scontrarsi con il parlamento, ma semmai per rendersi ancora più necessario come garante dell’alleanza Pd-M5s.

Lo stile dei rapporti tra governo e parlamento è questo da decenni, alterato solo quando un partner della coalizione è determinato a usare il suo potere di veto: la minaccia di far cadere il governo se un provvedimento lo disturba. Non sarà la riduzione del numero dei parlamentari a cambiarlo, in un senso o nell’altro. Se oggi ha senso parlarne con un po’ di stupore, e forse per qualcuno di inquietudine è solo perché non ci saremmo aspettati che potesse capitare con l’avv. prof. Conte visto entrare a palazzo Chigi il 5 settembre dell’anno scorso.

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