Le statue e la memoria di Domani

La storia non si cambia, ma i monumenti sono simboli di una visione condivisa del passato. Che in tanti ora contestano.

Nella prima riunione con gli abbonati di Domani, sabato pomeriggio via Zoom, con 150 persone abbiamo discusso per un paio d’ore di quale giornale stiamo costruendo insieme e di quale responsabilità hanno i giornalisti. Un lettore ha posto un tema molto delicato in questo momento: i giornali devono dare notizie, ma anche fare memoria.

Giorno dopo giorno, i giornali costruiscono una prima bozza di quella che poi diventerà storia. E hanno il dovere di connettere il presente con il passato recente, nel tentativo di definire il perimetro della discussione pubblica. Anche chi se la prende con i monumenti vuole fare la stessa cosa.

Abbattere le statue non cambia la storia, ma la memoria collettiva è un processo in continua evoluzione, un oggetto vitale che è anche un potente strumento politico. 

Lo storico Jonathan Beecher Field, sulla Boston Review, ha scritto che le statue sono “come filo spinato”, cioè una forma di “violenza statica”. Fissano il perimetro della nostra memoria collettiva legittima, di quello che è considerato accettabile e di quello che invece va eliminato perché incompatibile con la forma di omaggio che un momento in uno spazio pubblico inevitabilmente rappresenta. 

Sono un “filo spinato” perché niente di ciò che sta fuori può entrare e niente di ciò che è dentro può uscire. Stanno lì, che siano statue di Cristoforo Colombo, di George Washington o di Indro Montanelli

Ho passato un anno negli Stati Uniti, in una tra le città più segregate d’America, Chicago. Se fossi nero, anche io sarei travolto dalla rabbia al pensiero che ci siano statue del generale Robert Lee, o del presidente della Confederazione Jefferson Davis. Rimuoverle non cancella la schiavitù, ma cancella l’omaggio pubblico a chi ha combattuto per preservarla. 

Abbattere una statua non ferma le violenze della polizia. Ma chi rischia di morire ogni volta che viene fermato da una divisa contesta monumenti che celebrano l’antica oppressione all’origine dei soprusi contemporanei. 

Get 40% off for 1 year

Nel 2003 gli Stati Uniti hanno illuso il mondo - per qualche mese  di aver vinto la guerra in Iraq grazie alle immagini degli iracheni che abbattevano la statua di Saddam Hussein. La lezione che ne hanno tratto alcuni nostri intellettuali è che soltanto le statue dei dittatori si possono abbattere. Ma l’efficacia di quella scena deriva non dalla natura dittatoriale del regime quanto dalla potenza simbolica del gesto. 

Gli americani (neri, ma tanto americani quanto quelli bianchi che si scandalizzano) che abbattono le statue di Cristoforo Colombo non pensano di riscrivere il passato. Ma fa una enorme differenza, oggi e per il futuro, che gli Stati Uniti raccontino la propria storia come un percorso di conquista, scoperta e orizzonti liberi da conquistare oppure come di oppressione, genocidio e sfruttamento. Sono vere entrambe le versioni, ma a seconda di quale mix prevale ne derivano scelte politiche molto diverse. 

E veniamo all’Italia e a Indro Montanelli. La sintesi migliore del momento l’ha fatta Jonathan Bazzi, un giovane scrittore che sfugge a ogni categoria (ora è in finale al premio Strega con Febbre): 

Non è il “regime del politicamente corretto”, è che le opinioni dell’altro, degli altri, oggi contano.

Il discorso pubblico si accende di nuovi centri, e per qualcuno questo è uno shock, è a questo che si re-agisce. È il pacifico, tranquillo monologo del medesimo che si vorrebbe veder restaurato.

La piramide gerarchica inizia a creparsi, il suo vertice – orrore! – scende verso l’orizzonte, i padri vacillano, nessuna tradizione resta autorevole per il solo fatto di provenire dal passato, ovvero: non state più col culo inesorabilmente al sicuro.

Indro Montanelli è stato un grande giornalista, milioni di italiani si sono formati sulle pagine della sua Storia d’Italia e sulle sue cronache, spesso più ricche di dettagli della realtà che raccontava. 

Chi ha imbrattato la statua nei giardini a lui intitolati a Milano non pensa che Montanelli scrivesse male o che fosse noioso, ma contesta la trasformazione dell’uomo, inevitabilmente complesso e fallace, in un simbolo nel quale tutti sono chiamati a riconoscersi.

Get 40% off for 1 year

I fatti. Durante la guerra d’Etiopia, tra il 1935 e il 1936, una orribile guerra coloniale durante la quale tutti facevano cose orribili, Montanelli si trova in Africa e “sposa” una ragazzina di 12 o 14 anni. 

La Fondazione Montanelli riassume così la vicenda: 

Montanelli sposò sì la giovane Destà com’era usanza della popolazione locale, ma, per quanto oggi possa apparirci riprovevole, quel tipo di matrimonio era addirittura un contratto pubblico, sollecitato dal responsabile del battaglione eritreo guidato da Indro.

Si tratta di un episodio della sua vita, non imposto né attuato con violenza, che mai nascose.

Montanelli a 26 anni era un giovane uomo, non un ragazzino incapace di valutare le proprie azioni. Ma i tempi e il contesto erano quelli che erano, dicono i suoi difensori.

Qualcuno smette forse di leggere Socrate e Platone perché predicavano le virtù dell’amore per i fanciulli? 

Poi però i tempi sono cambiati parecchio, Montanelli meno. Ancora nel 1972 Montanelli parla con disinvoltura dell’episodio, “in Africa usa così”, dice. In una trasmissione tv non ha argomenti per replicare alla femminista Elvira Banotti che gli contesta come, dal punto di vista psicologico e fisico, i danni sulla ragazzina non siano stati diversi da quelli che avrebbe subito una dodicenne europea. 

Ma accettiamo pure l’assoluto relativismo culturale di Montanelli - che oggi impedirebbe ogni critica alle pratiche più umilianti cui le donne sono sottoposte in certi regimi islamici - e restiamo al contesto del quale condividiamo le coordinate etiche e morali, cioè l’Italia e l’Occidente. 

Ancora nel 2000, nella risposta a una lettrice oggi pubblicata sempre sul sito della Fondazione Montanelli (giudicata accettabile anche dai custodi della memoria del giornalista), Montanelli racconta le sue difficoltà a entrare in intimità con la ragazzina etiope per via del suo “odore” e perché “era infibulata fin dalla nascita”. Sorvoliamo sulla palese assurdità del concetto, ma Montanelli non si fa scrupolo alcuno neanche a posteriori, anzi racconta - senza traccia di empatia o comprensione - quanta fatica avesse fatto per “demolire” quella che per lui era “una barriera insormontabile”. Aggiunge anche che ci volle “il brutale intervento della madre” per appagare la sua italica virilità. Ripeto: siamo nel 2000, non nel 1935 durante la guerra coloniale di un regime dittatoriale. 

Tutto questo rende Montanelli un cattivo giornalista? Secondo la maggioranza, inclusi anche alcuni suoi critici, no.  

La questione che la vernice sulla statua pone è diversa: possiamo celebrare un grande giornalista anche se per tutta la vita è rimasto indifferente a una simile violenza, pure quando aveva perso ormai ogni alibi di contesto? 

Si può perdonare l’imperfezione dell’uomo, ma questo non obbliga a trasformarlo in simbolo, è il messaggio del vandalismo di Rete Studenti e LuMe.

Per ripetere le parole di Jonathan Bazzi, valide tanto per l’Italia quanto per gli Stati Uniti, “non è il “regime del politicamente corretto, è che le opinioni dell’altro, degli altri, oggi contano.

Anche per questo c’è bisogno di un nuovo giornale come sarà, e un po’ già è, Domani.

Ps: Grazie a tutti gli abbonati che hanno partecipato al primo evento virtuale di Domani, sabato pomeriggio. Ci hanno dato spunti molto utili su cui ragionare. Presto ne organizzeremo altri, questa mattina parliamo di Domani a Omnibus su La7, con Alessandra Sardoni dalle 8.

Share OggieDomani